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Soltanto nel periodo gennaio-luglio 2019

Dall’1 gennaio al 31 luglio di quest’anno si sono registrati 364.808 casi di morbillo in tutto il mondo, un aumento enorme: tre volte il dato dell’anno precedente, segnalato dall’Organizzazione mondiale della sanità, secondo cui nel 2018 i casi nello stesso periodo erano stati 129.239. Il totale parziale per il 2019 segna livelli mai avuti dal 2006 in avanti, secondo il portavoce Christian Lindmeier. Secondo l’Oms, che oggi ha pubblicato un rapporto sul tema, i casi sono quasi triplicati nel confronto anno su anno. Il maggior numero di casi è stato registrato nella Repubblica democratica del Congo, in Madagascar e in Ucraina.


Fonte: askanews.it

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Esperti: familiarizzare con gli alimenti amici della salute.

Una dieta sbagliata rappresenta un importante fattore di rischio per i tumori, in particolare per quelli del tratto gastrointestinale. Ma allo stesso tempo un adeguato stile alimentare può fare molto per prevenire questi tipi di tumore. E’ dunque importante imparare a riconoscere gli epic fail della dieta, le ‘bucce di banana’ che possono far levitare il rischio e familiarizzare invece con gli alimenti amici della salute, scudo e difesa contro il tumore. A questo riguardo, possono venire in aiuto alcuni importanti lavori scientifici di recente pubblicazione che hanno permesso di calcolare la percentuale di nuovi casi di tumore attribuibile ad un’assunzione inadeguata di alcuni alimenti. E’ il caso ad esempio di uno studio pubblicato su JNCI Cancer Spectrum che giunge alla conclusione che ben il 5,2 per cento (cioè 80.110 casi) di tutti i tumori registrati nel 2015 negli Usa, possono essere attribuibili ad una dieta inadeguata. Di questi, il 4.4 per cento è correlabile direttamente ad una dieta sbagliata, mentre nello 0.82 per cento dei casi il fattore di rischio dieta, è mediato dall’obesità (anch’essa frutto di una dieta sbagliata). I fattori dietetici a maggiore impatto sul rischio di tumore sono risultati essere: uno scarso consumo di cereali integrali e di latticini da una parte e l’elevato consumo di carni processate (dagli insaccati alle salsicce e i wurstel) dall’altra. E’ proprio il tumore del colon retto quello che risulta maggiormente correlato alla dieta (ben il 38,3 per cento del totale dei casi), in particolare tra i maschi di mezza età (45-64 anni). Il cancro del colon-retto è il terzo tumore più comune in Italia ed in Europa e rappresenta globalmente il 10.2 per cento di tutti i tumori; la maggior incidenza è dopo i 50 anni anche se, studi dell’ultimo decennio, indicano che l’incidenza e la mortalità per questa patologia sono in aumento anche in fasce di età più giovani. Le ragioni di questo fenomeno non sono ancora del tutto chiare ma lo stile alimentare e la prevalenza di obesità, in aumento nei giovani e negli adolescenti, potrebbero rappresentare una spiegazione almeno parziale del fenomeno. I meccanismi biomolecolari attraverso i quali gli alimenti favoriscono o proteggono dall’insorgenza di cancro sono stati finora poco studiati, sebbene sia ormai scientificamente appurato il ruolo protettivo nei confronti del tumore di alcune componenti bioattive quali ad esempio, le fibre, la vitamina E, il selenio, i polifenoli e gli omega-3. “In definitiva – afferma la professoressa Filomena Morisco, Dipartimento di Scienza degli Alimenti dell’Università di Napoli ‘Federico II’ – dai risultati di questo studio epidemiologico emergono ulteriori conferme sull’importanza della dieta nella genesi delle malattie neoplastiche in generale, ma soprattutto di quelle che interessano l’apparato gastrointestinale. Ne consegue che la scienza della nutrizione si interfaccia con i meccanismi di cancerogenesi e suggerisce sempre più la necessità di un approccio multidisciplinare alla malattia, con il gastroenterologo in posizione sempre più centrale”.

Fonte: askanews.it

 

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Rischio più elevato di diabete e malattie cardiovascolari.

Come proteggere la salute fisica in soggetti affetti da malattia mentale. Questo l’obiettivo del lavoro commissionato da The Lancet Psychiatry a un gruppo di esperti, guidato da Joe Firth, NICM Health Research Institute, Western Sydney University, Westmead, NSW, Australia (J Firth PhD, Prof), che ha coinvolto prestigiose Università, tra cui quella di Padova e in particolare Marco Solmi, medico psichiatra ricercatore del Dipartimento di Neuroscienze dell’ateneo patavino. “I pazienti affetti da malattia mentale grave quale schizofrenia, disturbo bipolare, disturbo depressivo, ma anche con anoressia nervosa muoiono circa 15-20 anni prima della popolazione generale – spiega il dott. Marco Solmi -, e tale mortalità è causata da comorbidità fisica. The Lancet Psychiatry ha commissionato ad un gruppo di esperti un enorme lavoro mirato a stabilire quale sia lo stato dell’arte delle conoscenze sulla salute fisica in persone con malattia mentale, e quali siano i provvedimenti terapeutici da implementare per ciascun problema. Abbiamo individuato 5 evidenze su cui basare la cura della salute fisica delle persone con una malattia mentale, da oggi in avanti”. Chi soffre di una malattia mentale ha un rischio fino a doppio di avere diabete, sindrome metabolica, malattia cardiovascolare. Vi sono poi una serie di fattori di rischio per malattia fisica, quali fumo di sigaretta, consumo di alcool, disturbi del sonno, inattività fisica, e stile alimentare, che sono frequenti in chi soffre di malattia mentale rispetto a chi non ne soffre, ma che sono assolutamente modificabili. Ogni servizio di salute mentale deve promuovere e supportare l’utilizzo di una corretta terapia farmacologica, privilegiando farmaci di più recente introduzione con migliore profilo di tollerabilità, e riservando i farmaci che inducono parkinsonismi o con peggiore profilo metabolico ai casi resistenti ad almeno due molecole con tollerabilità ottimale. Inoltre, in tutte le persone con malattia mentale, dovrebbe esser valutato il rischio cardiovascolare, con strumenti specifici tipo il QRISK-3. Per fronteggiare tale tendenza alla pluri-patologia è necessario coinvolgere strategie di prevenzione e presa in carico multidisciplinari, come già viene fatto nella popolazione generale. Tuttavia tali interventi preventivi o di cura multidisciplinari, che funzionano molto bene nella popolazione generale, non lo fanno altrettanto bene nelle persone con malattia mentale. È quindi necessario implementare e declinare tali programmi in stretta collaborazione tra servizi di salute mentale ed altri attori di cura, calibrandoli sulle persone con malattia mentale che per sintomi depressivi, negativi, o cognitivi rimangono ai margini delle iniziative di promozione della salute Le risorse e la collaborazione tra attori istituzionali fanno la differenza. Più risorse economiche ed umane devono essere allocate per la salute fisica di chi soffre di malattia mentale, sia a livello di finanziamento di progetti di ricerca, sia di organizzazione dei servizi sanitari a livello globale. Solo attraverso l’allocazione di risorse, e la collaborazione tra ricerca e clinica, nuovi interventi potranno essere testati ed implementati nella pratica clinica e la salute fisica di chi soffre di malattia mentale potrà migliorare.

 

Fonte: askanews.it

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Svelato rapporto tra malattia e lipidi NAPE misurabili nel sangue.

Un team di ricercatori dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), in collaborazione con la Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige (Trento) e la Fondazione Santa Lucia (FSL) IRCCS di Roma, ha recentemente pubblicato sulla rivista internazionale “Metabolomics” un lavoro che svela, soprattutto nelle donne, il rapporto tra alcuni tipi di lipidi (grassi) misurabili nel sangue e prodotti dalla nostra flora intestinale (microbiota) e la malattia di Parkinson. Lo studio oltre ad offrire un nuovo futuro strumento diagnostico, suggerisce che le alterazioni nella popolazione di batteri che vivono dentro il nostro intestino potrebbero essere associate all’insorgenza della malattia. La ricerca, coordinata dai ricercatori IIT Andrea Armirotti e Angelo Reggiani, con la collaborazione del ricercatore FSL Gianfranco Spalletta e condotta in collaborazione con l’Unità di Biologia Computazionale del Centro Ricerca ed Innovazione della Fondazione Edmund Mach, è stata effettuata analizzando il sangue di 587 individui (268 malati e 319 sani suddivisi in 294 donne e 293 uomini). I risultati mostrano che la concentrazione di 7 particolari lipidi, chiamati NAPE (N-acil fosfatidiletanolammine), nel sangue dei soggetti affetti da Parkinson è diminuita di circa il 15% rispetto agli individui sani. Per ragioni attualmente sconosciute, tale diminuzione risulta significativamente più marcata nelle donne, fino a raggiungere anche il 25%. Uno dei ruoli di questi lipidi nel nostro organismo è di proteggere le cellule mantenendone l’integrità strutturale. Nel caso in cui le cellule che compongono il nostro cervello, i neuroni, vengano danneggiate, come appunto avviene nella malattia di Parkinson, esse “prelevano” i NAPE dal sangue diminuendone la concentrazione circolante nel nostro organismo. Questa scoperta ha portato il team di ricercatori ad ipotizzare che una alterazione della flora intestinale, dove vengono prodotti questi lipidi, possa portare ad un aumento della probabilità di insorgenza della malattia di Parkinson. “Il nostro studio dimostra che questi lipidi plasmatici, facili da misurare con un semplice prelievo di sangue, hanno il potenziale per diventare, dopo doverosi studi di verifica e validazione, un indicatore efficace della malattia di Parkinson. I dati da noi raccolti indicano che questi lipidi sono in grado di identificare la malattia nelle donne con una efficacia prossima al 90%. La vera sfida è adesso capire quanto precocemente possiamo usare i NAPE per predire l’insorgenza futura del Parkinson”, racconta Andrea Armirotti ricercatore IIT tra i coordinatori dello studio. I risultati di questa ricerca hanno portato IIT e FSL a brevettare l’uso dei NAPE come indicatori della presenza di danni al sistema nervoso (brevetto 102017000126773). Tale tecnica potrebbe, nel giro di pochi anni, essere utilizzata nella pratica clinica come procedura di screening diagnostico a basso costo. Questo studio, inoltre, suggerisce l’importante ruolo di alimentazione, stile di vita, stress emotivo e fattori ambientali nell’insorgenza di malattie legate al sistema nervoso. Infatti, questi fattori possono alterare la popolazione batterica della nostra flora intestinale diminuendo così la produzione di NAPE necessari a proteggere l’integrità delle nostre cellule.


Fonte: askanews.it

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Sipps: occorre incentivarne il consumo

Colorata, succosa e, soprattutto, indispensabile nell’alimentazione infantile: la frutta è un alimento fondamentale nella dieta dei piccoli per il suo elevato apporto di fibra, sali minerali e vitamine. Chiuse le scuole, iniziate le prime vacanze estive sotto uno splendido sole, in questi mesi più caldi per i bambini è fondamentale avere una corretta alimentazione, sana e ricca di fragole, ciliegie, albicocche, pesche, meloni, angurie, fichi, pere, susine, uva e frutti di bosco. Secondo gli esperti della SIPPS (Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale) questo alimento deve essere consumato preferibilmente fresco, di stagione, a km 0 e proveniente da coltivazione biologica, che garantisce almeno l’assenza di pesticidi nella produzione. “Il consumo di frutta e verdura – sottolinea la Lisa Mariotti, Nutrizionista Pediatrica Dipartimento Medicina dell’Infanzia e dell’età Evolutiva ASST Fatebenefratelli-Sacco di Milano, consulente nutrizionista SIPPS – andrebbe incentivato soprattutto nei bambini e negli adolescenti, anche per arginare l’epidemia di obesità che minaccia di trasformare i prossimi decenni in un’emergenza di salute pubblica. La presenza della frutta nell’alimentazione del bambino è importante fin dal momento del divezzamento, sia dal punto di vista nutrizionale, sia dal punto di vista educativo, per abituarlo ad un’ampia gamma di sapori”.

Fonte: askanews.it

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Effetti terribili: attenzione al web': specialisti riuniti a Firenze

Ben 730 nuove sostanze psicoattive, 55 delle quali segnalate nell’ultimo anno 2018. Questo il dato che risulta dall’ultimo report pubblicato a giugno 2019 dall’EMCDDA (European Monitoring Centre on Drugs and Drug Abuse), l’ente preposto al controllo europeo delle nuove sostanze in circolazione e che negli ultimi anni ha aiutato gli Stati membri dell’Unione a riconoscere e poi combattere le nuove sostanze “sul mercato”. Con il termine ‘Nuove Sostanze Psicoattive’ (Novel Psychoactive Substances, dai cui l’acronimo inglese NPS) vengono indicate tutte le sostanze d’abuso, sia in forma pura che in preparazioni, che non sono sottoposte a controllo secondo le due convenzioni delle Nazioni Unite sui Narcotici (1961) e sulle Sostanze Psicotrope (1971), ma che possono causare conseguenze per la salute umana paragonabili a quelli determinati dalle sostanze ivi incluse. Le NPS rappresentano un problema emergente a livello internazionale, un fenomeno in costante evoluzione negli ultimi anni in cui nuove molecole vengono continuamente inserite nel mercato non solo per soddisfare nuove richieste da parte dei consumatori ma soprattutto per eludere i controlli che cominciano ad essere istituiti nei vari Paesi attraverso l’aggiornamento della normativa in materia. Mancando standard analitici di riferimento (inesistenti o non facilmente reperibili), le intossicazioni causate dalle NPS risultano estremamente difficili da riconoscere e ancora di più da trattare. Di questo e altro si parla oggi a Firenze al convegno nazionale della Società Italiana di Psichiatria. “Il termine ‘nuovo’ non è sempre appropriato per definire tali molecole – spiega Massimo Di Giannantonio, presidente eletto della Società Italiana di Psichiatria e professore Ordinario di Psichiatria presso l’Università degli Studi G. D’Annunzio, Chieti – ma va riferito prevalentemente all’insorgenza del loro uso ricreativo. Di frequente, infatti, le NPS sono frutto del ‘riciclaggio’ di prodotti sintetizzati in passato per scopi farmacoterapeutici e spesso abbandonati a causa dei notevoli effetti avversi. Da un punto di vista farmacologico le NPS sono estremamente eterogenee e le differenze di struttura chimica fra le singole sostanze rendono la predizione degli effetti desiderati e avversi dei rischi per la salute e degli eventuali interventi terapeutici estremamente complessa”. Fra i problemi più seri, il ‘marketing online’ di queste sostanze, che consente di raggiungere infiniti potenziali acquirenti, molto spesso giovani o giovanissimi. Spiega Enrico Zanalda, presidente SIP e direttore del Dipartimento di Salute Mentale ASL Torino: “A porre i maggiori rischi sono sostanze stimolanti come catinoni sintetici, fenetilamine, responsabili di episodi di delirio paranoide, agitazione psicomotoria grave, aggressività, allucinazioni, nonché ipertensione, crisi convulsive, disturbi cardiovascolari, addirittura coma. Ma anche cannabimimetici sintetici, più spesso causa di intossicazioni potenzialmente fatali, ma anche di sintomi psicotici spesso non transitori”. “Non da ultimo – aggiunge Di Giannantonio – ricordiamo la comparsa nel gruppo delle NPS dei nuovi oppioidi sintetici, a partire dal 2009: molecole che comportano una seria minaccia per la salute pubblica. Si tratta infatti di prodotti dalla notevole potenza (il fentanyl, capostipite di questa famiglia, ha una azione circa 100 volte maggiore rispetto a quella della morfina), che vengono utilizzati sia di per sé, sia come adulteranti di partite di ‘sostanze classiche’, soprattutto eroina, causando scie di decessi per overdose”. L’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (EMCDDA) calcola in circa 88 milioni (25%) gli europei che hanno consumato sostanze illecite almeno una volta nella vita. Cannabis e cocaina sono ancora quelle più consumate (rispettivamente il 24,8 e il 5,1%).

Fonte: askanews.it

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Contribuisce ad aumentare il grado di vigilanza e concentrazione

Stanchezza e affaticamento sono problemi comuni, per gli italiani alla soglia degli esami universitari o di maturità. Ma non solo: dall’analisi del Royal College of Psychiatrists del Regno Unito, 1 persona su 5 si sente spesso stanca e 1 su 10 ha un senso di affaticamento prolungato. Un’assunzione moderata di caffè (3-5 tazze al giorno) ben distribuita nell’arco della giornata, in accordo allo stile di vita di un individuo, può aiutare a ridurre il senso di stanchezza nelle situazioni di tutti i giorni, come gli imminenti esami, e a migliorare l’attenzione sul lavoro o alla guida. La principale componente attiva del caffè è la caffeina, un composto che si trova in una serie di piante, incluse quella del caffè, del tè e del cacao. Una normale tazza di caffè contiene 75-100mg di caffeina, mentre i livelli nel tè e nel cacao sono inferiori. La European Food Safety Authority (EFSA) è giunta alla conclusione che esiste una relazione di causa effetto fra una porzione di 75mg di caffeina, la quantità presente approssimativamente in una normale tazza di caffè, e l’aumento di attenzione e di concentrazione. Tali effetti benefici si riscontrano, ad esempio, in situazioni di prolungato sforzo, come lavoro notturno, jet lag e lunghi viaggi.

Fonte: askanews.it

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Disturbo che colpisce un terzo degli over70

Non solo la pelle: anche gli occhi vanno protetti dal sole soprattutto negli anziani che hanno un rischio maggiore di sviluppare la Degenerazione Maculare Legata all’Età (DMLE), un disturbo che colpisce un terzo della popolazione dopo i 70 anni, in prevalenza donne. È scientificamente dimostrato, infatti, che l’esposizione prolungata ai raggi UV, associata all’età, rappresenta una vera minaccia per la salute dell’occhio con macula. Inoltre, pazienti con un occhio già colpito da maculopatia senile hanno un rischio aumentato di svilupparla nell’altro. Perciò, occhiali da sole, cibi sani e integratori antiossidanti di ultima generazione devono far parte della routine quotidiana e non solo in vacanza ma anche in città. “E’ fondamentale avere un alimentazione ed uno stile di vita equilibrati ma anche proteggere gli occhi dalla luce intensa con berretti con visiera e lenti da sole – suggerisce Alfredo Pece, Primario della Divisione di oculistica dell’Ospedale di Melegnano e presidente della ‘Fondazione Retina 3000' -. Quando la patologia è in fase iniziale, si cerca di evitare che peggiori con integratori alimentari contenenti sostanze ad azione anti-ossidante e anti-infiammatoria che agiscono proteggendo la retina e rallentando i fenomeni ossidativi, ovvero distruttivi, della macula”. “E’ stato dimostrato che alcune sostanze con funzione anti-ossidante possono rallentare la progressione della DMLE fino al 25%. Per questo è importante una corretta alimentazione e l’attenzione verso sostanze con funzione anti-ossidante e protettive del tessuto oculare – prosegue Pece – queste sostanze possono avere un ruolo anche nella retinopatia diabetica, che rappresenta la complicanza micro vascolare più comune del diabete ed è la prima causa di cecità”. “L’occhio umano è costantemente sottoposto a una forte quota di stress ossidativo, provocato dall’esposizione alla luce solare (foto-ossidazione), con conseguente accumulo di radicali liberi e specie reattive dell’ossigeno a livello del cristallino e della retina – spiega Gianluigi Manzi, dell’UOC di Oftalmologia AORN dei Colli-Ospedale Monaldi di Napoli – per questo è importante assumere la giusta quantità di anti-ossidanti. Molti studi, tra cui AREDS 1 e AREDS 2, hanno valutato l’azione antiossidante sulle cellule retiniche di Luteina, Zeaxantina ed Omega3, contenute anche nei comuni alimenti (verdure a foglia verde, uova, tonno, salmone e sardine). Un nuovo impulso è stato dato dalla chiara evidenza che tanto la DMLE che la RD sono causate e peggiorate da fattori infiammatori. Per questo, la ricerca ha rivolto la sua attenzione anche ad altre sostanze come Gingko Biloba, Epigallocatechingallato, resveratrolo e antocianine, potenti antiossidanti per la loro funzione di protezione maculare”. Di recente è stata provata anche l’efficacia anti-ossidante e anti-infiammatoria del Maqui, il cosiddetto ‘mirtillo della Patagonia’. Si tratta della bacca di una pianta, l’Aristothelia Chilensis, di un colore molto intenso e blu, la cui forma e il cui sapore ricorda molto il nostro comune sambuco. Viene coltivata solo in Patagonia, Argentina e Cile. E’ ricco di nutrienti e in particolare di flavonoidi tra cui antocianine e delfinidine , potenti anti-ossidanti contenuti anche nei frutti rossi come fragole, mirtilli e ribes, in grado di proteggere gli occhi anche dai danni dei raggi solari.

Fonte: askanews.it

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Non sempre mangiare bene basta a perdere peso

Roma, 3 giu. (askanews) – Tempo di diete in vista dell’estate: se l’obiettivo è quello di perdere i chili accumulati durante l’inverno, è necessario assumere meno calorie di quante se ne consumano aumentando l’attività fisica oppure riducendo le calorie grazie alla dieta. Attenzione però a non lasciarsi andare a regimi alimentari squilibrati che possono avere effetti negativi sul nostro benessere e ricordiamoci di bere ogni giorno la giusta quantità di acqua. Come spiega Elisabetta Bernardi, Biologa specialista in Scienza dell’Alimentazione e membro dell’Osservatorio Sanpellegrino, “alcune diete sono molto complicate, altre escludono interi gruppi di alimenti, o apportano pochi carboidrati o pochi grassi, altre ancora sono personalizzate rispetto al gruppo sanguigno. Tuttavia, tutte queste diete, indipendentemente dalla loro complessità e dai rischi o benefici che apportano, sono destinate sicuramente a fallire se non si beve abbastanza acqua”. Una corretta idratazione è infatti una valida alleata per regolare il senso della fame, eliminare le tossine in eccesso e accelerare gli effetti di una dieta ipocalorica attraverso il meccanismo della termogenesi: “si è osservato – continua la dottoressa Bernardi – che all’aumento dell’assunzione di acqua è associata la perdita di peso corporeo, perché bere più acqua aiuta ad intensificare il senso di sazietà e a stimolare il consumo delle calorie per la produzione di energia. Allo stesso modo l’ipoidratazione, ovvero non bere a sufficienza, è correlata all’aumento del peso corporeo e alle sue conseguenze”. Una buona abitudine è quella di non aspettare lo stimolo della sete – che arriva “troppo tardi” quando la perdita di acqua supera lo 0,5% del peso del corpo – ma di bere costantemente lungo l’intero arco della giornata. Attenzione anche a non confondere lo stimolo della sete con quello della fame: le due sensazioni sono collegate e possono essere interpretate erroneamente e quindi spingerci a consumare uno spuntino di troppo, quando in realtà quello di cui abbiamo bisogno è un bicchiere d’acqua. Bere durante i pasti non è dannoso, ma anzi aiuta a saziarci prima e quindi ad abbuffarsi di meno. “Uno studio ha rilevato che le persone che bevono acqua immediatamente prima di un pasto hanno mostrato un calo di 2 Kg maggiore (44%) nella perdita di peso rispetto alle persone che non lo fanno – spiega la dottoressa – .Questo, suggeriscono gli autori, potrebbe essere proprio dovuto al fatto che l’acqua ha un effetto riempitivo e aiuta a mangiare di meno”. Oltre ad una corretta idratazione, un altro elemento molto importante e spesso trascurato durante le diete è il consumo di fibre. Esse sono contenute in particolar modo in alimenti che hanno un’origine vegetale, come la frutta, la verdura, i cereali integrali e i legumi. “Le fibre – sottolinea Bernardi – aumentano infatti il senso di sazietà perché riempiono lo stomaco e stimolano i ricettori che segnalano al cervello che è il momento di smettere di mangiare. Quando si consumano alimenti ricchi di fibre, però, è necessario introdurre la giusta quantità di acqua, almeno otto bicchieri distribuiti durante tutto l’arco della giornata, per aiutare l’apparato digerente ad assimilarle. Per questo una corretta idratazione risulta ancora una volta un elemento fondamentale per tutto l’organismo”.


Fonte: askanews.it

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